All'improvviso, il cicciolino e la fragolina

Bocche piene di paroloni come cisgender e transgender, e poi ancora ci vergogniamo a dire "vagina" e "pene".

Ex Abrupto - All’improvviso, come tutto quello che conta
A cura di Alessia Pizzi
N.7 - 27 Febbraio 2021

Chiamami col mio nome

Nel 2018 ho assistito a uno spettacolo teatrale dal titolo “Il laboratorio della Vagina”. L’anno prima avevo letto il testo e ne ero rimasta assolutamente colpita. All’inizio della pièce le attrici in scena discutevano su un’annosa questione: come chiamare la vagina.

Tutti noi, sin da piccoli, abbiamo ascoltato nonni e genitori chiamarla in numerosi modi, primo su tutti patatina. Ma il bello della lingua italiana risiede proprio nella varietà regionale, che in questi casi specifici riesce a raggiungere vette di creatività altissime.

Per citarne alcuni: Bernarda. Fregna. Sorca. Sgnacchera. Figa. Fica.

Certo è che il problema del nome non è solo italiano: Eve Ensler, già nell’introduzione de “I monologhi della vagina” scrive delle parole davvero illuminanti:

«Vagina.» Ecco, l’ho detto. «Vagina.» L’ho ripetuto. Sono tre anni che pronuncio questa parola. L’ho detta in teatri, università, salotti, caffè, cene mondane, programmi radiofonici in tutto il paese. La direi in televisione se qualcuno me lo permettesse. La pronuncio centoventotto volte ogni sera quando rappresento il mio spettacolo, I monologhi della vagina, che si basa su interviste a un gruppo eterogeneo di più di duecento donne. L’argomento è la vagina. La pronuncio nel sonno. La dico perché non è previsto che la dica. La dico perché è una parola invisibile – una parola che suscita ansia, imbarazzo, disprezzo e disgusto.

Vagina, insomma, non è una parola pornografica, riassume Eve. Eppure è trattata come tale. Ma il discorso vale anche per il pene, sia chiaro.

Mi ricordo che qualche anno fa leggevo in metro “Manhood - The bare reality”, una raccolta fotografica di peni in cui l’autrice raccontava le storie degli uomini a partire dal membro. Tutti guardavano incuriositi quel librone con cui giravo: sicuramente Le città invisibili di Italo Calvino non avrebbero suscitato lo stesso effetto.

Ancora più certo, oltre la questione linguistica, è che il pudore è un sentimento antico: basti pensare che, dopo la cacciata dall’Eden, Adamo ed Eva, prima nudi e spensierati, si coprono le parti intime con la famosa foglia di fico. Questo perché fuori dal Paradiso la prima emozione provata è il senso della vergogna.

E quindi è una questione di pudore, di vergogna. Le parti intime, perifrasi elegante per i genitali, non si mostrano e non si “dicono”. Questo, sempre per citare Eve Ensler, le rende un segreto, un tabù.

E qui arriviamo a cicciolino e fragolina.

Lo dico (quasi) subito: sono un po’ polemica, ma bonariamente. Osservando da mesi Tik Tok il mio feed si è arricchito di donne che hanno vissuto “la transizione”, come la chiamano loro. Ovvero il passaggio da uomo a donna (per questo “trans”).

Alcune di loro hanno la fragolina, quindi. Ovvero la vagina ricostruita, e fanno formazione agli utenti più curiosi, passando il tempo anche a rispondere agli insulti di persone meno aperte. Altre donne trans hanno il cicciolino, ovvero il pene, perché non si sono operate.

Da qui nasce la mia polemica bonaria. Mi sono chiesta come sia possibile che uomini e donne trans che fanno formazione su nuovi concetti di sessualità su Tik Tok, inserendosi in diatribe linguistiche sul genere e utilizzando parole come “cisgender”, che comunque non sono conosciute da tutti e che vanno a identificare concetti molto moderni sulla questione di genere….

poi chiamino la vagina fragolina e il pene cicciolino.

Mi è sembrato un controsenso pazzesco, ma soprattutto mi sembra retorica. Fa figo parlare e spiegare agli altri cosa vuol dire cisgender, ma non possiamo dire lo stesso di vagina. Vagina è fuori moda, non è moderno. E il bello è che le persone assorbono il linguaggio degli interlocutori e nominano la fragolina nei commenti! :)

Lingua e società

Quindi, ricapitolando. È molto importante essere e sentirsi se stessi. Non bisogna vergognarsi di essere quello che si è, soprattutto se si compie un lungo percorso per raggiungere questo risultato. Come giornalista (e essere umano!) confermo che è fondamentale utilizzare i generi corretti quando si parla di una donna trans o di un uomo trans, e anzi mi scuso se eventualmente ho fatto qualche errore in questo testo, ma sto imparando.

Tuttavia, questo processo di emancipazione, che a volte arriva fino alla ricostruzione dei genitali, si ferma nel momento in cui bisogna affermare di avere una vagina. Eppure credo che sarebbe molto bello dirlo:

Io ho una vagina.

Specialmente dopo tutta la fatica fatta per averla! :D

Il discorso vale per tutti noi (sia cis che trans)

Per concludere e ampliare il discorso, sarà vero che siamo più emancipati ora che abbiamo dato un nome a tutto e a tutti? Termini come trans e cisgender ci hanno reso davvero più liberi di esprimerci se ci vergogniamo ancora a dire pene e vagina?

Sarebbe interessante capirlo, date tutte le (interessanti e valide) lotte linguistiche delle donne cis (ovvero biologiche), che spesso non si riflettono nell’aumento di stipendio o in una maggiore considerazione nella società. Il gender pay gap, del resto, non è un’opinione.

Come non è un’opinione che gli uomini a volte abbiano problemi di erezione o di eiaculazione precoce e che le donne non riescano a masturbarsi o a raggiungere l’orgasmo. Quando succede, non si può dire: ci si vergogna. In televisione, poi, non ne parliamo. Siamo tartassati dall’Imodium contro la diarrea, combattiamo addirittura le emorroidi, ma quando si affaccia una crema vaginale sullo schermo si parla di “quel fastidioso prurito intimo…”, mica del prurito alla vagina.

La lingua dovrebbe essere, e di solito lo è, estrinsecazione della realtà. E fragolina, insieme a tantissime perifrasi, disegna proprio il profilo del Paese che siamo, a prescindere dall’orientamento sessuale e dal membro che abbiamo tra le gambe: un paese di bigotti (volenti o nolenti).

Come invito per tutti noi ad una maggiore emancipazione linguistica - e quindi emotiva - lascio l’opera d’arte The Great Walls of Vagina di Jamie McCartney affiancata dalla fragolina.